Sette giorni di stiva
Siamo saliti che era ancora buio e da allora sono passati sette giorni. Il capitano non ha chiesto niente oltre ai nomi, e nemmeno quelli con troppa insistenza. Io lavoro il passaggio: turni in stiva a rizzare i container, i filtri da pulire a fine ciclo, la roba che nessuno vuole fare e che a me non pesa. Sahra viaggia da passeggera, che era il punto di tutto l’accordo.
La prima cosa che ho imparato a bordo è che nessuno domanda niente a nessuno. L’equipaggio è di sei persone e un droide da carico che si pianta ogni tre sollevamenti; il meccanico gli parla come si parla a una vecchia bestia malandata. Poi ci siamo noi che paghiamo il posto. Una famiglia di stagionali, sei tra grandi e piccoli, diretti a un contratto di raccolta che hanno firmato senza vedere il campo. Due mercanti che passano le sere a litigare sui noli e la mattina dopo mangiano insieme. Un uomo che è sceso dalla cuccetta tre volte in una settimana e che ha pagato in contanti.
Tutti sanno dove scendono. Noi due siamo gli unici a bordo senza una risposta. Quando me l’hanno chiesto ho detto che vediamo, e mi sono accorto che suonava male.
Sahra non aveva mai visto lo spazio. Passa più tempo di quanto ammetta all’oblò di poppa, dove il vetro è rovinato e non ci va quasi nessuno.
Ho chiesto quali scali fa questa rotta e mi hanno elencato nomi che non conoscevo, senza date e in un ordine che secondo il meccanico cambia a seconda del carico. Uno di quei posti può andare bene. Se non è il primo scalo sarà il secondo. Abbiamo i risparmi intatti e nessuno alle calcagna, per ora.
Yrenial se n’è andata sette anni fa senza dire dove, e continuo ad allenarmi ogni giorno lo stesso, in stiva, tra un turno e l’altro, dove non mi vede nessuno. Il corpo fa quello che la testa non chiede più. Ho ancora la lama laser che ho messo insieme da solo. Funziona, e sotto la tuta non la nota nessuno.
Quello che non mi torna è perché me lo domandino tutti, dove andiamo. Forse a bordo si capisce prima che altrove quando uno sta scappando da qualcosa.